Due sensazioni

Il museo che non c'è. Il catalogo della Raccolta "Ansano Fabbi"

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Introduzione al volume ‘Il museo che non c’è. Catalogo della “Raccolta Ansano Fabbi”‘

Il testo seguente è all'interno della pubblicazione edita dall'Associazione VirArt nel 2024. Clicca qui per avere informazioni sul volume e sapere come riceverlo.

Ricordo bene il primo giorno che misi piede all’interno del Deposito di Santo Chiodo a Spoleto, nel febbraio 2017. Gli sciami sismici non erano ancora finiti, ogni centimetro delle immense sale era occupato da cassette, bancali, carrelli, sui quali erano ammassati oggetti, frammenti, conci. Una serie interminabile di telai spaccati e tele squarciate si appoggiavano alle pareti. Grandi porzioni di pavimento erano occupate da crocifissi distesi, alcuni mutilati delle membra o della testa, tra i quali non si poteva non camminare con una certa pesantezza d’animo. La polvere dei calcinacci ricopriva le superfici, aleggiava densa nell’aria e raschiava nella gola.

Fuori, la fila di furgoni e camion, dove Vigili del fuoco, operatori della Protezione civile, Carabinieri e semplici cittadini, aspettavano il proprio turno per scaricare quello che erano riusciti a strappare dall’inferno delle macerie. Una fila ininterrotta che durò per settimane. Opere d’arte in attesa del ricovero come feriti in barella di fronte al pronto soccorso.

La prima sensazione che ebbi fu quella di trovarmi nel pieno di una grande emergenza, di fronte alla quale, come per tutte le grandi emergenze, nessuno è mai veramente preparato. Il deposito era sovraffollato da oggetti e persone che andavano e venivano, la confusione era inevitabile e il rischio più grande era che tutti quegli oggetti, dopo essere scampati all’ennesimo fra i tanti dei terremoti susseguitisi nei secoli, perdessero nel caos del ricovero la sua identità. Perdere le informazioni primarie relative a un bene culturale – cioè la provenienza, la data di ingresso e la collocazione – specialmente se danneggiato o frammentario, equivaleva a renderlo irrintracciabile, pregiudicandone la possibilità di identificazione, quindi di restauro, infine di restituzione. Seppur al sicuro tra le pareti antisismiche del Deposito, la sua possibilità di tutela sarebbe venuta meno.

Io e i miei colleghi fummo incaricati in fretta e furia dalla Soprintendenza ABAP dell’Umbria per contrastare questo rischio, senza però sapere bene come. Sotto la sapiente guida della Dott.ssa Biganti, funzionaria responsabile del Deposito che ha stoicamente coordinato le attività di ricovero fin dal primo minuto, cominciammo con molta pazienza e non poca incertezza a mettere ordine nel caos. Nel giro di un anno, grazie anche all’apporto fondamentale di ICCD, ICR e Segretariato regionale per i Beni Culturali[1], avevamo sviluppato un database informatico nel quale erano stati inventariati circa cinquemila oggetti. Grazie a questo strumento era possibile avere informazioni su provenienza, datazione, catalogazione, trattamenti di messa in sicurezza e spostamenti all’interno del Deposito in tempo reale.

La seconda sensazione che tutti noi avemmo, già a cominciare dai primi giorni di lavoro, era quella che lasciava intravedere – oltre la tragedia – il potenziale in ambito di conoscenza e valorizzazione, nascosto fra gli scaffali e gli incarti di tyvek. La quasi totalità del patrimonio culturale dell’Umbria appenninica meridionale era riunita in un unico posto e gran parte di questo patrimonio non era mai stato studiato. Si presentava così un’occasione unica di approfondimento con minimo sforzo di un territorio tanto antico e ricco di cultura quanto ancora poco conosciuto.

Se oggi sono qui a raccontare queste sensazioni, non lo faccio per autoesaltazione, ma per spiegare il motivo per cui qualche anno più tardi, nel 2020, nasce l’Associazione VirArt ODV. Gli stessi protagonisti di questa esperienza, che l’emergenza ha reso tanto impegnativa quanto unica, hanno intravisto una linea di sviluppo, dando vita a una realtà che potesse raccogliere questo impulso e farne un obiettivo statutario da perseguire.

Con questo spirito nascono così le giornate del “Deposito si racconta”, dove le porte del Santo Chiodo si aprono per far conoscere le opere e le attività che si svolgono al suo interno, e il Convegno Nazionale “La gestione del Patrimonio culturale in emergenza”, diventato oramai un appuntamento annuale di riferimento per il settore. Con lo stesso spirito inauguriamo in queste pagine l’attività editoriale dell’Associazione, che non poteva non cominciare raccontando di uno dei personaggi più illustri della cultura della Valnerina: Don Ansano Fabbi.

La sua raccolta arrivò quasi per intero il 15 marzo 2017 dalla Casa parrocchiale della Chiesa di San Bartolomeo in Todiano, Preci. La parete dell’abside era crollata definitivamente con le scosse di febbraio, lasciando alle spalle dell’altare un terrificante quanto suggestivo scorcio sulla “Valle Oblita”, appellativo che il prete era solito utilizzare per identificare il suo tanto amato territorio. Gli ultimi recuperi vennero effettuati nel luglio 2019 e qualche mese dopo cominciò la minuziosa opera di schedatura e studio dei trecentosettanta oggetti che sono raccolti in questo catalogo.

La scelta del titolo della pubblicazione fa riferimento a una doppia mancanza. Il “Museo Ansano Fabbi” non c’è oggi, per i motivi appena citati, ma non “c’era” neanche prima. Gli oggetti raccolti dal parroco erano non tanto “esposti”, quanto piuttosto “conservati” all’interno della casa parrocchiale, dove potevano essere sorvegliati e custoditi. Essi provenivano infatti dalle piccole chiese della parrocchia e di quelle circostanti, spesso semi-abbandonate o pericolanti. Oggetti da lui “requisiti” senza tante autorizzazioni o permessi. Questa attività non sempre fu vista di buon occhio, anzi, a volte, fu criticata e osteggiata. Oggi però la raccolta costituisce parte di un tesoro immenso – il patrimonio culturale della Valnerina – che conosciamo e siamo in grado di valorizzare. Al Fabbi non va infatti solo il merito del salvataggio delle opere, ma anche degli studi portati avanti per tutta la vita, che hanno prodotto decine di pubblicazioni (ancora tra le più valide in merito) e altri strumenti conoscitivi, come i “cartoncini” della raccolta, anch’essi digitalizzati e inseriti in questo catalogo. Mai però il parroco ebbe l’ardire di istituire un museo, sebbene l’attività svolta sugli oggetti era sostanzialmente quella che spetta a una tale istituzione. Tra il 1993 e il 1994, alcuni anni dopo la morte avvenuta nel 1980, suo nipote don Oscar Battaglia tirò fuori gli oggetti “nascosti” negli armadi e cercò di organizzare la raccolta allestendo alcune vetrine in una sala sopra la sacrestia. Soltanto in quell’occasione, in un angolo dell’ingresso, fu appesa una timida targa: “Museo Ansano Fabbi”. Non ci furono grandi annunci né manifestazioni per l’inaugurazione. Don Oscar informò dell’apertura dell’esposizione durante una messa ai fedeli presenti. Fu così che i cittadini di Todiano lo vennero a sapere.[2] Le mani che hanno lavorato alle schede di catalogo e ai saggi di approfondimento seguenti sono sostanzialmente le stesse che si sono trovate all’interno del Deposito in quel febbraio 2017 e si sono impegnate per far sì che l’emergenza non trascinasse nell’oblio il tesoro della Valnerina, continuando idealmente l’opera del Parroco di ricerca e “custodia” delle testimonianze culturali e storico-artistiche del territorio. Agnese, Bruno, Diego, Elena, Liana, Mariella, Nicola, Pino sono i nomi delle prime – mi sembrava doveroso citarli – di una lunga lista di persone che a vario titolo e in varia misura hanno preso parte a questa avventura, con tanto entusiasmo e passione quanta competenza e professionalità, alle quali vanno i miei più sentiti ringraziamenti e tutta la riconoscenza di chi, oggi e in futuro, farà tesoro di queste pagine.


[1] Ci tengo a menzionare in particolare il Dott. Paolo Scarpitti, fondamentale per lo sviluppo dell’architettura dell’inventario, Giuseppe Berti e Bruno Emilio Rimini per l’informatizzazione e lo sviluppo del database.

[2] Le notizie sull’allestimento del museo sono state raccolte nel 2020 durante una intervista di Liana Baruffi a don Oscar Battaglia, nipote di Ansano Fabbi ed ex rettore del Pontificio seminario regionale di Assisi, all’epoca novantenne.